Siamo o no “padroni” delle nostre emozioni?

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La scherma è uno sport veramente complesso, sotto ogni punto di vista. Una delle caratteristiche fondamentali di uno schermidore o di una schermidrice risulta essere la gestione della propria interiorità emotiva.

Simuliamo un “duello”, quindi uno scontro! Situazione che deriva direttamente da antiche forme di difesa utilizzate per ferire o uccidere.

Benché oggi - grazie al cielo - siamo lontani da quanto accadeva in passato, questo pensiero quasi ancestrale, è ancora vivo nella nostra mente, soltanto che oggi la chiamiamo “paura di subire una stoccata”, quindi di regalare un punto al nostro avversario, magari anche decretandolo vincitore di un match.

Questo è del tutto normale, fa parte di uno schema di protezione che banalmente viene chiamato “paura”. È altrettanto vero però, che per poter mettere a segno una o più stoccate - indipendente dal livello del match stesso - qualche rischio bisogna pur correrlo.

Saper trattare le varie misure tecniche (ovvero tutti quegli spazi variabili che si frappongono tra i due avversari) diventa fondamentale, com’è altrettanto fondamentale che, bazzicare certe distanze all’interno delle quali si può toccare ma anche essere toccati (zona rossa), lo si può realmente fare se si accettano i rischi intrinsechi di questa distanza.

Paura, scarsa lucidità e “sottomissione” al gioco proposto dall’avversario fanno parte di un insieme di  emozioni che non aiutano sicuramente lo schermidore che vuol provare a creare qualcosa. 

Questo capita frequentemente perché il pensiero che frulla per la testa è il seguente: “ho paura, quindi non valgo nulla e perderò sicuramente”. Attenzione però, non c’è niente di più falso! Alimentare un pensiero del genere è del tutto immotivato perché la paura è parte complementare di ogni essere vivente.

Spesso quindi, la reale differenza tra il toccare e l’essere toccati, non la fa l’assenza di paura... bensì la presenza o assenza di “coraggio”! 

Quest’ultima virtù, mixata a propositiva voglia di fare e mettersi in gioco, risulta essere uno strumento fondamentale nella “lotta alla paura”. Il coraggio infatti è utile a equilibrare un insieme di emozioni che, malgrado si possa pensare il contrario, di base son tutte sane e fondamentali. 

Quindi, aver paura è sano e normale? Certamente!

La paura è quello stato d’animo che pone noi stessi in una situazione di allerta. Fin qui tutto utile e regolare, ma attenzione: utilizzato oltre soglia, il timore, si trasforma in “blocco” e questo ci rende incapaci di reagire.

Ecco perché, un attimo prima che questo accada, utilizzare il coraggio sarà utile per abbassare il livello di paura trasformandolo in “attenzione”; questo ci rendenderà sensibili, propositivi e attivi nei confronti di un evento. 

A questo punto potremmo discutere all’infinito sulla domanda “coraggiosi si nasce o ci si diventa?” ed è altrettanto vero che professionisti e studiosi di settore potrebbero in forma più corretta e completa sviscerare il tema che, al momento, vuole essere una semplice riflessione. 

Detto ciò quello che in chiusura mi preme aggiungere è che - sempre in maniera più convinta - credo che “lavoro batta talento”. Adoperandosi sodo e quotidianamente permetterà di imparare a gestire non soltanto il proprio corpo, ma anche le proprie emozioni e quindi a essere coraggiosi!

Visto il tema, mi sembra opportuno chiudere la riflessione condividendo con voi una importantissima citazione di Thomas Jefferson che recita: “Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto”.

Grazie a tutti e alla prossima!

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M° Giuseppe Alongi