Gestione del gruppo e la figura del tecnico sportivo: cresce il gruppo, cresce il singolo e ancora il gruppo; principio del funzionamento a catena.

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Qualche tempo fa, abbiamo fatto una rapida riflessione sulla natura del nostro sport, la scherma, chiedendoci se questo fosse o no uno sport individuale o di gruppo (per chi volesse dare un’occhiata: http://www.clubschermaleonessa.it/blog/post/scherma-sport-individuale).


Oggi, riprendendo quel tema, si vuole riflettere sulla gestione del singolo atleta e di un’intera squadra societaria, composta da tutti quei, più o meno giovani atleti che, quotidianamente, si allenano perseguendo un obiettivo comune: la crescita umana e sportiva.


Un tecnico che gestisce diversi atleti contemporaneamente e continuativamente, non può essere associato a un “personal trainer” che, per natura e obiettivi differenti, ricopre una figura diametralmente opposta.


Mentre la seconda si occupa esclusivamente del singolo, la prima si prefigge l’obiettivo di far crescere, non soltanto i singoli atleti, ma anche l’intero gruppo societario, consapevole del fatto che aumentandone le capacità aumenteranno anche le doti del singolo e, quindi, ancora del gruppo stesso.


Avere obiettivi e programmazione chiari, diventano strumenti fondamentali per il tecnico che accompagna, giovani più cresciuti, atleti lungo questo percorso.


Rispettare tempistiche di maturazione, stili diversi di apprendimento, prerogative atletiche, fisiche e mentali di ognuno degli atleti societari (che rappresentano la vera risorsa), costituisce le basi sulle quali poter erigere un qualsiasi concetto sportivo, in questo caso  schermistico. 


Ogni atleta merita di essere accompagnato lungo la propria strada della “maturazione”, ovviamente, con obiettivi differenti ma sempre e comunque raggiungibili attraverso impegno e voglia di mettersi in gioco, da ambo le parti. 


Soltanto attraverso una gestione precisa e dettagliata si può provare a sviluppare una “compagine” che, a sua volta, aiuti il singolo per poi - come una catena che si auto alimenta - permettere al gruppo stesso di poter elevare ancora il proprio livello.


Per far ciò, però, il tecnico deve necessariamente trasformarsi in un “tifoso intelligente” perché, pur desiderando il meglio per ciascun atleta, guida lungo la via - soprattutto in gara - evitando che le proprie emozioni possano in qualche modo trascinarlo fuori dal proprio ruolo. 


Attenzione però! Quello di cui si parla, non ha nulla a che vedere con i “sentimenti” (nobili e assolutamente certi), ma di quelle “emozioni fuori controllo” che destabilizzano - o addirittura soffocano - l’equilibrio dell’atleta, oltre che del tecnico stesso.


Bilanciamento mentale (oltre che tecnico/atletico) che mai andrebbe scosso... semmai  ricercato e mantenuto nel tempo.

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Giuseppe Alongi